Romondini a cuore aperto: “Il Montespaccato Savoia? E’ una perla dentro la conchiglia. Oneri e onori: ecco come si diventa professionisti…”

Andrea Dirix 27 settembre 2018 Commenti disabilitati su Romondini a cuore aperto: “Il Montespaccato Savoia? E’ una perla dentro la conchiglia. Oneri e onori: ecco come si diventa professionisti…”
Romondini a cuore aperto: “Il Montespaccato Savoia? E’ una perla dentro la conchiglia. Oneri e onori: ecco come si diventa professionisti…”

Magari un giorno toccherà anche a lui scrivere un libro, come ha fatto di recente il suo grande amico Francesco Totti.

Noi glielo auguriamo e, di certo, non mancherebbero spunti interessanti.

D’altronde, la carriera di Fabrizio Romondini, inossidabile centrocampista classe 1977, parla da sola.

Riepilogarla nel corso di una semplice intervista risulterebbe esercizio pleonastico e, sotto certi aspetti, quasi oltraggioso nei confronti di un atleta che ha vissuto il calcio con pienezza e che, probabilmente, non ha neppure ottenuto tutti i riconoscimenti che il suo talento avrebbe meritato.

Al di là di tutto, quel che colpisce di questo eterno ragazzo che ancora si diverte a rincorrere il suo sogno da bambino sono l’umiltà che intesse ogni suo concetto e la costanza nel mantenere vive ed attuali,  anche in un ambito dilettantistico, quelle regole rigidissime che per numerose stagioni ha dovuto seguire nel professionismo.

Lo abbiamo intercettato per parlare soprattutto del suo coinvolgimento nel progetto-Montespaccato Savoia, ma l’occasione era fin troppo golosa per non toccare anche altre tematiche.

 

Fabrizio, hai compiuto quarantuno anni qualche mese fa ma, calcisticamente parlando, nessuno se ne è accorto.

Dove si trovano le risorse per continuare a giocare con la tua dedizione e professionalità?

“Io credo risiedano essenzialmente nello stare bene fisicamente, nell’essere sereni dentro e nell’aver condotto per anni una vita sana.

Alla base di tutto c’è però soprattutto un’enorme passione per uno sport che pratico da sempre ed al quale non so ancora rinunciare.

E’ bellissimo scoprire di avere ancora addosso quella voglia che ti porta ad arrivare al campo un’ora prima degli allenamenti per vivere al meglio lo spogliatoio.

E non importa che ormai per molti dei miei compagni di squadra io possa sembrare quasi uno zio, per me il calcio continua ad essere una specie di medicina”.

romondini

Quando accumuli qualcosa come cinquecento presenze tra i professionisti, di certo percepisci delle differenze sostanziali all’arrivo nelle categorie inferiori.

Qual è stato lo scoglio più duro da superare cinque anni fa, quando decidesti di scendere per la prima volta tra i dilettanti?

“Direi soprattutto la mancanza di organizzazione e di quella cultura sportiva, intesa come impegno a trecentosessanta gradi, che caratterizzano il mondo dei professionisti.

La gente comune ha sempre visto il calciatore come un privilegiato, un ignorante in grado solo di dare due calci ad un pallone, ma in realtà in pochi sanno quante regole si debbano seguire, quanto tempo venga rubato agli affetti…

Solo io so quanti natali e capodanni ho trascorso in ritiro, quanti compleanni miei o dei miei familiari non ho potuto festeggiare perchè ero lontano.

Non ho rimpianti comunque, c’erano delle regole ed era giusto seguirle.

Tra i dilettanti non è così, qui ci sono ragazzi che hanno un lavoro o studiano, quindi è impensabile una disciplina simile.

Devo essere sincero: all’inizio è stata dura per me non vedere più quelle cose, grandi o piccole, a cui sono stato abituato per tanti anni e che erano diventate automatiche…”.

Mi parli dei tuoi inizi alla Romulea?

“Ho ricordi molto belli di quegli anni.

Ho avuto la fortuna di iniziare a giocare all’interno di un club che già a quei tempi era tra i più importanti e prestigiosi in ambito dilettantistico.

La Romulea era una meta ambita per tutti i ragazzi di Roma e non solo.

Ho ancora negli occhi il ricordo di mio papà che mi portava al campo Roma un pochino prima degli allenamenti.

Questo mi consentiva di prepararmi in anticipo ed andare subito in campo per allenarmi al tiro da solo o con qualche compagno.

Ogni volta era un divertimento per noi ragazzi: facevamo parte di una società che spesso vinceva dei titoli, ma vivevamo essenzialmente la gioia di passare del tempo insieme.

Se ad un ragazzino di oggi chedi cosa sia una partita “alla tedesca”, probabilmente non sa neppure di cosa parliamo.

A noi invece bastavano un pallone ed un campo di terra per essere felici.

Altri tempi…”.

romondini delvecchio

La Roma, un grande amore.

Col senno di poi, potevano andare diversamente le cose tra te ed il club giallorosso?

“Sì, poteva essere una storia diversa, se fosse stata gestita da procuratori o direttori differenti, ma ormai è andata così.

Quello però era un calcio di un livello diverso, di maggiore qualità e con interpreti importanti.

A quei tempi, un giovane esordiva in Serie A solo se era realmente forte, altrimenti veniva semplicemente considerato uno che faceva numero nel gruppo.

Oggigiorno non è più così: i ragazzi vengono gettati nella mischia troppo velocemente, senza dar loro il tempo di completare il loro processo di crescita con tutto quello che ne deriva.

Certo, con la Roma poteva andare diversamente, ma è andata bene lo stesso.

Io questo sport posso solo ringraziarlo, perchè mi ha comunque dato modo di conoscere piazze bellissime e giocare per tanti anni ad alti livelli”.

totti romondini

Fabrizio, passami il paragone: per noi dilettanti tu sei un po’ il nostro Totti per le tue qualità e per la tua longevità calcistica.

Oggi che è il compleanno dell’ex capitano giallorosso e tuo grande amico Francesco, ti va di raccontarci un aneddoto legato agli anni in cui eravate insieme a Trigoria?

“L’aneddoto è riferito al giorno in cui esordii in Serie A, entrando al posto di Moriero, in un Roma-Napoli.

Lui era appena uscito e sedeva in panchina.

Quando il mister mi disse di prepararmi, io mi sfilai la tuta, ma questa rimase incastrata in uno scarpino e ci lottai un po’.

Al che Francesco, vedendo la scena, mi urlò: “Ahò, sbrigate, sennò mo ce ripensa!”.

Che risate!

Francesco è una persona speciale, umile come poche ne ho incontrate.

Per farvi un esempio: oggi gli ho scritto un messaggio alle otto e mezza del mattino per fargli gli auguri e lui mi ha risposto immediatamente.

E’ rimasto lo stesso di tanti anni fa, quando eravamo due ragazzi che sognavano di realizzare il loro sogno e che giocavano insieme anche per strada, sotto casa sua.

Mi ha insegnato tantissimo, soprattutto a vivere nel modo giusto le dinamiche di spogliatoio ed a gestire i momenti di difficoltà.

Mi vengono in mente i suoi ultimi due anni da calciatore: nonostante un rapporto non semplice con Spalletti e nonostante lui fosse quello che era, non ha mai fatto venir meno il suo dovere, anche entrando solamente per un paio di minuti.

Sono gesti che non passano inosservati, specie per chi ha giocato a calcio, e che accrescono la stima nei confronti dell’uomo, oltre che nei riguardi del giocatore.

Sfido chiunque ad avere l’umiltà di Francesco Totti”.

Tu del calcio hai vissuto gli aspetti più belli ed affascinanti, ma anche gli angoli bui.

Quale consiglio ti sentiresti di dare ad un ragazzo che abbia le qualità per provare ad arrivare in alto?

“E’ un discorso complesso: passione e spirito di sacrificio sono componenti fondamentali, ma soprattutto occorrono l’obiettività di sapersi valutare sia nei pregi che nei difetti e la capacità di non mollare alle prime avversità, cercando alibi a destra o a manca”.

Monnanni Massimiliano

Com’è nata la possibilità di abbracciare il progetto-Montespaccato?

“A luglio ho avto un incontro con il presidente Massimiliano Monnanni che mi ha chiesto la disponibilità di entrare a far parte del suo staff, sapendo che io ho da sempre una certa predisposizione per il sociale.

Sono anni che collaboro con la Nazionale Cantanti e questa possibilità mi ha subito affascinato.

Inizialmente sembrava che dovessi semplicemente affiancare Marco Lo Pinto nella cura del settore giovanile, poi invece (sorride)…”.

 

E’ vero che il primo giorno di ritiro ti sei messo gli scarpini ed hanno capito che sarebbe stato meglio averti a disposizione anche come calciatore?

“Beh, all’inizio non mi conoscevano molto…

Onestamente io volevo ancora giocare ed ho provato a farglielo capire.

Dopo qualche “vediamo” iniziale e qualche test fisico sono riuscito a convincerli (sorride)”.

Buon per loro, ma anche per noi appassionati.

A tuo giudizio, che tipo di segnale lancia un progetto come quello del Montespaccato, in abbinamento all’ipab Asilo Savoia, in questa delicata fase storica del calcio italiano?

“Un segnale fortissimo.

Per me è una perla dentro la conchiglia.

In Italia non esiste una realtà come la nostra ed io sono davvero fiero di farne parte.

L’Asilo Savoia prepara i ragazzi alla vita di tutti i giorni, senza però precludere loro il sogno di realizzarsi attraverso il calcio.

I compagni che ne fanno parte lavorano o studiano, ma hanno anche la possibilità di mettere in mostra le loro qualità in un campionato importante come l’Eccellenza.

Credetemi, è davvero qualcosa di speciale”.

romondini montespaccato

 

So che in futuro vorresti fare l’allenatore e che da quattro anni possiedi il patentino per esercitare.

Mister Marcello Belli deve preoccuparsi o per il momento può dormire sonni tranquilli?

“No no, il mister può stare assolutamente tranquillo (ride).

In questo momento non ci penso minimamente a smettere.

Già in passato mi era stato chiesto di ricoprire il doppio ruolo, ma nella mia idea di calcio è una cosa totalmente impossibile.

Io penso solo a dare una mano al Montespaccato sul terreno di gioco e nella crescita dei ragazzi”.

 

 

 

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